(ASCA) - Roma - Il governo italiano ''sta calpestando i diritti dei rom fallendo tutte le politiche di integrazione per i nomadi''. E' questa la principale posizione emersa dal primo congresso nazionale Rom e Sinti che si svolge nella sala auditorium dell'Unicef. L'obiettivo del congresso e' la realizzazione di un ruolo attivo e partecipante nelle politiche sociali e istituzionali dei Rom e dei sinti, attraverso il riconoscimento della minoranza linguistica, la diffusione della conoscenza della cultura rom e sinta, l'affermazione della cultura della legalita' e il superamento di ogni forma di discriminazione.
In una mozione che sara' votata domani dal congresso si attacca esplicitamente il ministro degli esteri, Franco Frattini, per alcune dichiarazioni rilasciate quando era commissario europeo per la giustizia e la liberta'. ''Quello che si deve fare e' semplice - ricorda la mozione citando Frattini - si va in un campo nomadi a Roma, ad esempio sulla Cristoforo Colombo, e a chi sta li' si chiede: tu di che vivi? se quello risponde: 'non lo so', lo si prende e lo si rimanda in Romania. Cosi' funziona le direttiva europea.
Semplice e senza scampo''.
Critiche anche alla gestione del problema campi nomadi nella Capitale sono arrivate anche dall'assessore al bilancio della Regione Lazio, Luigi Nieri, secondo cui ''la giunta Alemanno sta calpestando i diritti dei Rom con sgomberi indiscriminati. Dobbiamo pero', allo stesso tempo, prendere atto che in questi anni le politiche per i nomadi, in questa citta', sono state tutte fallimentari. La sicurezza e l'integrazione si garantiscono attraverso l'offerta di una soluzione abitativa vera''. Da mesi ''stiamo assistendo increduli a una escalation razzista e xenofoba che ha visto voi Rom e Sinti oggetto di trattamento normativo e pratico inqualificabile. In Italia esiste un problema sicurezza - ha aggiunto Nieri -. Ma a rischio sono gli immigrati oggetto ogni giorno di aggressioni e di violenze''. Sul tema dei campi nomadi si e' espresso anche Luigi Camilloni, presidente dell'osservatorio sociale. ''Giusta, condivisibile ed opportuna la chiusura dei campi nomadi perche' non possono essere delle soluzioni definitive al problema abitativo dei rom e l'unica via dignitosa e' appunto quella di chiuderli tutti''. Ma ''basta sopratutto con la politica dello struzzo, bisogna avere il coraggio a due mani per iniziare a dare un'alternativa alle reali condizioni di vita dei nomadi, cosa che finora e' mancato per ipocrisia generale''.
Ad essere criticate, ancora una volta, sono le istituzioni politiche italiane. Per Hammarberg, commissario del Consiglio d'Europa per i Diritti Umani, “le autorità dovrebbero condannare in modo più fermo tutte le manifestazioni di razzismo o di intolleranza e assicurare una applicazione efficace delle legislazioni contro le discriminazioni.” Come se questo j'accuse non fosse già ampiamente disdicevole, il commissario chiede che i vari gruppi etnici siano meglio rappresentati sia all'interno delle varie forme di rappresentanza democratica che nelle forze di polizia. Viene, inoltre, richiesta l'istituzione di un organismo nazionale indipendente che protegga in maniera più continua i diritti umani. Particolarmente significativa la critica sulla situazione dei rom in Italia: “ C'è un persistente clima di intolleranza contro di loro e le loro condizioni di vista sono ancora inaccettabili in molti dei campi che ho visitato”, aggiungendo comunque che “Le buone pratiche a livello locale esistono e dovrebbero essere più diffuse.” E' stato ribadita la profonda preoccupazione sull'utilizzo dello strumento dei censimenti nei campi rom e sinti, azione questa che desta nell'UE (in Italia l'opinione pubblica dorme già da tempo) non pochi dubbi sulla compatibilità con gli standard europei che regolano la raccolta e il trattamento dei dati personali. Il commissario chiede a gran voce, alle autorità competenti, di creare meccanismi consultivi per rom e sinti, esclusi fino ad ora dalla vita politica e sociale. Facendo in tal modo si eviterebbe di mandarli via senza offrire loro una valida alternativa abitativa. Oltre a ribadire l'importanza dell'istruzione scolastica per rom e sinti, Hammarberg spera che “il nuovo piano di azione per il welfare e le misure di integrazione venga presto applicato e che le autorità realizzino prontamente il loro annuncio a ratificare senza riserve la Convenzione del Consiglio d'Europa sulla nazionalità, che porterebbe soprattutto benefici ai bambini rom che di fatto non hanno alcuno statuto.” Come ciliegina sulla torta il commissario ha ribadito la sua forte critica al decreto legge sulla sicurezza, soprattutto per le sue possibili ripercussioni sui diritti degli immigrati. “Criminalizzare gli immigrati è una misura sproporzionata che rischia di fomentare ulteriori tendenze discriminatorie e xenofobe nel paese. I recenti provvedimenti introdotti dal Senato che consentono al personale medico di denunciare alla polizia gli immigrati irregolari che accedono al servizio sanitario è profondamente ingiusto e potrebbe ulteriormente marginalizzare gli immigrati.” Il consiglio d'Europa è inoltre preoccupato da una serie di rimpatri forzati verso la Tunisia di alcune persone che rischiano di essere torturati nel loro paese di provenienza, “l'Italia ha ignorato le misure vincolanti temporanee richieste dalla Corte Europea dei diritti dell'Uomo per interrompere le deportazioni, mettendo così a serio rischio l'efficacia del sistema europeo dei diritti umani.” L'unica nota positiva in questa pessima nota del commissario sembra essere la positiva valutazione sia dell'adozione dei programmi di educazione interculturale che della decisione di ratificare la Convenzione del Consiglio d'Europa sull'azione contro il traffico di essere umani e lo sviluppo di un programma nazionale sui minori stranieri non accompagnati. Meno male che almeno su due cose riusciamo ad essere al passo con gli altri paesi civili.
Oggi è la Giornata mondiale di Rom e Sinti per ricordare che l'8 aprile del 1971 a Londra i Rom di tutto il mondo si sono riuniti in un congresso mondiale ed è stato l'inizio di tante iniziative e di altri 7 congressi mondiali. La sala Protomoteca del Campidoglio, a Roma, ha ospitato la celebrazione di questa giornata facendo dialogare rappresentanti delle associazioni, delle istituzioni e delle comunità rom, per riflettere sulle condizioni in cui oggi, in Europa, ma soprattutto in Italia, vivono queste minoranze.
Dopo aver osservato due minuti di silenzio, in solidarietà alle vittime del terremoto in Abruzzo e per tutte le vittime del razzismo e della discriminazione, si è preso di petto il tema clou della giornata: la realtà dei campi nomadi in Italia è disumana e ghettizzante; non solo non vengono rispettati i diritti fondamentali dell'uomo ma non si permette una vera integrazione di queste minoranze nella società civile, anzi si esalta la percezione del rom come "diverso e pericoloso".
"In Italia non c'è un problema rom, ma una questione rom. Il problema è il razzismo - ha dichiarato Salvatore Bonadonna, ex assessore della Regione Lazio e presidente del Consiglio di Garanzia del PRC - Ad esempio nel nostro Paese ci sono e ci sono sempre state leggi che prevedono il diritto alla casa per tutti. E invece noi abbiamo la segregazione nei campi nomadi che, inevitabilmente, favorisce la delinquenza sia nella popolazione italiana, sia in quella rom. La vera battaglia che dobbiamo portare avanti è quella per la cittadinanza".
La proposta che arriva da più voci che hanno parlato a nome della comunità rom è quella di costruire case popolari per quelli che ora vivono nei campi nomadi, oppure riabilitare vecchi edifici, terreni dismessi o appartamenti che sono semplicemente vuoti.
"Oggi siamo qui tutti insieme per un obiettivo comune - ha spiegato Anna Pizzo, Consigliere regionale della Regione Lazio - quello di superare gli stereotipi, soprattutto in questa fase storica che vede i rom al gradino più basso della società. Questa è una vera e propria emergenza. Fino a qualche anno fa - ha ricordato il Consigliere regionale - tutte le decisioni che riguardavano i rom venivano prese sempre sotto la scusa del provvisorio. Ma questo ha portato alla creazione di veri luoghi di detenzione definitiva e quando è venuta meno anche questa falsa coscienza del provvisorio si è avviata la catastrofe: è venuta fuori un'attitudine della politica, che poi si è radicata negli italiani, a considerare il rom come un nomade da mandare via".
"Io ho fatto un mio censimento - ha detto Anna Pizzo - ed ho constatato che la situazione di questi campi è emergenziale. Da consigliera regionale credo che si possa fare una legge che equipara i piccoli terreni a riscatto per far si che chi non vuole far domanda per la casa popolare possa investire su questi terreni".
Dalla Giornata di oggi dunque è emersa la convinzione, da parte delle associazioni che lavorano per l'integrazione delle comunità rom e da parte delle istituzioni, che i campi nomadi non siano il modo giusto per accogliere queste minoranze, ma solo un modo per segregarle ancora di più e alimentare la paura nella popolazione italiana.
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È soprattutto l'etnia rom ad essere maggiormente danneggiata dalla retorica aggressiva dei leader politici italiani. I rom sono spesso associati alla criminalità, così politica e media alimentano il sentimento di ostilità dell'opinione pubblica.
Il clima di odio si riflette anche sull'accesso al mondo del lavoro e sugli standard minimi di sicurezza. I cittadini rom non vengono assunti e chi lo fa, li tratta come carne da macello, violando tutti i diritti dell'uomo e del lavoro.
Il Ministro degli Esteri Frattini accusa l'Onu di presentare rapporti falsi ed esprime forte indignazione per le calunnie. Secondo il governo, quelle presentate sono informazioni non dimostrate e non rappresentano un atto ufficiale dell'Ilo, ma soltanto delle ipotesi al vaglio dell'organizzazione.
Secondo il Ministero degli Esteri, l'Italia è in prima linea nel sostegno agli immigrati, avendo salvato la vita di migliaia di clandestini, a cui sono state garantite tutte le cure necessarie.
La Farnesina è convinta che il rapporto sia stato “sollecitato” da alcuni esponenti dell'Italia all'estero. Rapporto oltremodo falso, dato che l'Italia riconosce di dovere obbedienza alle regole europee internazionali sulle questioni del lavoro.
WASHINGTON (USA) - «Sacrifici», soprattutto per i ricchi, ma anche maggiore equità sociale, con l'«assistenza sanitaria» per tutti gli americani. Barack Obama ha presentato così il piano di bilancio del governo federale degli Stati Uniti, dove è contenuto «un impegno storico per la riforma della sanità». Dalla finanziaria per l’anno fiscale 2010 emerge un quadro a tinte fosche: il deficit degli Stati Uniti infatti si dovrebbe attestare nel 2009 a 1.750 miliardi di dollari, il più alto dai tempi della Seconda guerra mondiale. E Obama, parlando di un bilancio corposo ma anche «onesto» («In passato altri bilanci per anni non hanno detto la verità», ha detto) ha annunciato che intende dimezzare il deficit entro la fine del suo primo mandato, nel gennaio 2013 e che sono stati già identificati risparmi per circa duemila miliardi di dollari.
SUSSIDIO PER DISOCCUPATI - Sulla sanità il presidente ha chiarito che il suo bilancio si prefigge di rendere l'assistenza più accessibile ai milioni di americani che hanno perso il posto. Obama ha parlato di un sussidio, in vigore dal 26 febbraio, che aiuterà sette milioni di americani che hanno perso il lavoro a conservare la mutua che avevano prima del licenziamento. La misura è compresa nel pacchetto di stimolo. «Sette milioni di americani avranno una cosa in meno di cui preoccuparsi quando vanno a dormire», ha detto Obama.
RINUNCE E SANITÀ - L'inquilino della Casa Bianca ha rivolto all'America un invito alle «rinunce» per uscire dalla crisi, in vista di «scelte difficili»: «Dovremo rinunciare a cose che ci piacciono ma che non ci possiamo permettere», ha detto il presidente spiegando inoltre che anche a livello di governo «sarà necessario tagliare cose che non ci servono per pagare quelle che servono», ovvero una grande riforma della sanità, per estendere a tutti l'assistenza pubblica, «anche tassando i più ricchi». Più in particolare per finanziare la nuova manovra che riguarda la sanità (la spesa prevista è di 634 miliardi di dollari) il presidente ha proposto il primo aumento delle tasse da 16 anni per le famiglie ad alto reddito (quanti guadagnano più di un quarto di milione di dollari all'anno) e una drastica revisione dei pagamenti alle assicurazioni private collegate a Medicare, la mutua per gli anziani.
RICCHI - Il piano di bilancio prevede di risparmiare svariati miliardi di dollari non rinnovando gli sgravi fiscali concessi all'amministrazione Bush ai già ricchi. Saranno interessati da questo provvedimento tutti gli americani che guadagnano oltre 250.000 dollari o 250.000 per le coppie sposate. Per i contribuenti oltre questa soglia, l'incidenza fiscale passerà rispettivamente dal 33% e dal 35% al 36% e al 39,6%.
TAGLI ALLA SPESA - Quanto al deficit, Obama ha spiegato che «soltanto in questi ultimi 30 giorni» la sua amministrazione ha identificato «riduzioni pari a 2mila miliardi, che ci aiuteranno - ha detto il presidente americano - a diminuire della metà il deficit entro la fine del mio mandato». Il presidente ha citato in particolare risparmi per 20 milioni con tagli nell'agricoltura, 200 milioni tagliando i fondi per le miniere abbandonate e riduzione per svariati programmi nella pubblica istruzione. Senza dare maggiore dettagli, Obama ha parlato di risparmi per quasi 50 miliardi riducendo sussidi eccessivi e sgravi fiscali.
IRAQ: VIA LE TRUPPE DAL 2010 - Un capitolo a parte nella legge di bilancio è dedicato alle guerre. Dove il presidente americano ribadisce quanto annunciato già in altre occasioni sull'Iraq: le truppe americane andranno via dall'agosto 2010. Tuttavia Obama ha detto ai parlamentari che lascerà da 35 a 50mila soldati come consiglieri delle forze irachene e per proteggere gli interessi statunitensi. Obama non ha risparmiato stilettate all'amministrazione Bush sulle spese di guerra. «Questo budget rivela i veri costi della guerra in Iraq» ha detto il presidente Usa ricordando la confusione intenzionale creata dal precedente inquilino della Casa Bianca sui reali oneri sopportati dal paese per finanziare le operazioni belliche nel paese. Obama ha previsto per le guerre in Iraq e in Afghanistan, dove intende rafforzare la presenza militare americana, spese pari a 130 miliardi di dollari nel 2010. Quest'anno le spese militari per le due guerre prevedono stanziamenti eccezionali per 75,5 miliardi, con richieste complessive del Pentagono pari a 141 miliardi. Complessivamente, le spese militari previste per l'esercizio 2010, che scatta il primo ottobre, sono pari a quasi 664 miliardi di dollari, in aumento dell'1,5%.
250 MILIARDI PER LE BANCHE - L'amministrazione Obama potrebbe chiedere inoltre al Congresso nuovi fondi per il maxi-salvataggio del sistema finanziario: altri 750 miliardi di dollari da mettere a disposizione delle istituzioni finanziarie travolte dalla crisi. È quanto emerge dalle prime indiscrezioni sul piano di bilancio, secondo quanto riporta l'agenzia Bloomberg. Più in dettaglio - ha spiegato un funzionario dell'amministrazione - il provvedimento sarà inserito nella manovra di bilancio sotto la cifra di 250 miliardi perché, in base alla normativa vigente, bisogna registrare i costi netti del piano a carico dei contribuenti. La Casa Bianca - ha comunque precisato la fonte - ancora non ha deciso se per sostenere il settore finanziario, ci sarà bisogno di un aiuto di tale entità.
CITIGROUP - Citigroup, intanto, potrebbe annunciare già in giornata di aver trovato un accordo con il governo americano per nuove infusioni di capitale in cambio di una partecipazione a favore del Tesoro che potrebbe raggiungere il 40%. L'operazione si configura come una forma di «seminazionalizzazione». Non mancano però conseguenze potenzialmente gravi: la legge messicano, per esempio, impedisce a qualsiasi impresa controllata da un governo straniero in misura superiore al 10% di operare nel Paese. Il problema è che Citigroup controlla Banamex, il gruppo finanziario messicano che considera il suo gioiello della corona e di cui non vorrebbe affatto privarsi.
“Giornata della memoria”. Cade in un momento difficile per l’ebraismo, che, ormai, è sempre più identificato con lo Stato d’Israele e le sue politiche, a mio avviso sciagurate, che stanno favorendo l’antisemitismo, proprio per questa identificazione che è bilaterale: ossia deriva tanto da un orientamento dello Stato israeliano, che è pronto a dare la cittadinanza a tutti gli ebrei del mondo, sia alle comunità israelitiche che, progressivamente, ma si direbbe inarrestabilmente, vanno assumendo i tratti di agenzie periferiche del governo di Tel Aviv.
Dunque, davanti agli orrori procurati in modo cinico dagli israeliani su una popolazione inerme, e per lo più composta degli inermi fra gli inermi, i bambini, bisognava aspettarsi rifiuti, contestazioni, e quanto meno brontolii sulla celebrazione del 27 gennaio. Specialmente da quando essa è diventata una manifestazione obbligata – per esempio a scuola, con tanto di direttive ministeriali, ribadite da circolari ogni anno, che lasciano poco o nessuno spazio all’autonomia dell’insegnante – che alla lunga finirà per produrre un effetto di banalizzazione, spettacolarizzazione, e infine di saturazione. Da più parti si è chiesto di ricordare accanto e insieme alla Shoa, altri olocausti, “altre Shoa” (come recitava il manifesto di una iniziativa svoltasi a Fasano, in provincia di Brindisi, organizzata dal locale Comitato per Gaza). Ma ricordare in un giorno tutte le vittime dei tanti, troppi massacri della Storia, sarebbe impensabile. E, sia detto per inciso, sempre che si giudichi sensata la memorialistica a date obbligate. Personalmente, ritengo che gli insegnanti di discipline storiche, ma in generale quelli di materie umanistiche, nelle scuole di ogni ordine e grado, dovrebbero cogliere le infinite occasioni che offre l’attualità, al di là dei vincoli imposti dai programmi ministeriali. A gennaio come a maggio, a ottobre come a marzo.
Nondimeno, pur rimanendo entro l’ottica del ricordo da tenersi in una data prestabilita, e al di là delle contestazioni – del tutto giustificate, quest’anno, davanti allo scempio cui abbiamo assistito impotenti, anche quando abbiamo cercato di fare udire la nostra voce, che nulla conta, se non come una testimonianza del rifiuto di essere complici – non condivido il proponimento di associare la memoria di Auschwitz (il 27 gennaio ’45 il campo di sterminio fu liberato dall’Armata Rossa) a quella di altri olocausti, anche di pari o di superiore dimensione: basti pensare a quello perpetrato da noi cristianissimi occidentali, specialmente gli spagnoli e i portoghesi, nelle cosiddette “Indie”, ossia in America, dopo la sua “scoperta”, ai danni dei nativi. Ma sia quell’olocausto – si parla di decine di milioni di esseri umani sterminati da altri esseri umani di “superiore civiltà”–, sia altri tentativi genocidari, dagli Armeni (perpetrato dai Turchi) ai Tutsi (ad opera degli Hutu, anche se non mancarono azioni in senso contrario), sono diversi dalla Shoa, intesa come il progetto del nazionalsocialismo di giungere a una “soluzione finale” della “questione ebraica”, che però era integrata in un più vasto disegno di eliminazione fisica di tutti gli elementi “perniciosi”, “deviati”, e così via. Ossia, gli ebrei; ma anche i Sinti e i Rom, gli omosessuali, i disabili, se possibile gli Slavi, e, non dimentichiamolo, i comunisti, considerati anch’essi una sorta di “razza inferiore”.
Fu diverso quell’olocausto, da tutti i precedenti, e finora, fortunatamente, dai successivi, per le sue modalità, la sua scientificità, la sua organizzazione, esemplata sul modello della fabbrica capitalistica. Comprese le tangenti alle SS, da parte di ditte produttori di forni crematori, o di gas Zyclon B (quello che poi fuorusciva dalle “docce”, dove gli internati erano inviati, una volta spogliati di tutto quello che loro rimaneva, dagli abiti ai capelli, tosati e venduti), per ottenere l’appalto. Non si è mai visto nella storia dell’umanità qualcosa di simile: un tentativo perfettamente strutturato, secondo modalità rigide e via via più standardizzate, “perfezionate”, di cancellazione di “categorie” (etniche, religiose, politiche ecc.); e in particolare, naturalmente, di un popolo, quello ebraico.
Colpisce in questa Shoa, anche l’assenza di una vera motivazione, al di là degli slogan che valevano a convincere l’opinione pubblica: gli elementi da eliminare non erano nocivi, da alcun punto di vista, non producevano danno alla “nazione germanica”, e fra gli ebrei tedeschi non pochi erano stati fino al ’33-34, addirittura favorevoli non solo a una politica di destra, ma allo stesso hitlerismo. Nel disegno di cancellare quel popolo, come i Sinti e i Rom, v’era quella che Baumann ha definito la logica del giardiniere: il quale non odia, che so?, le margherite gialle. Decide, senza neppure sapere perché, che quei fiori vanno estirpati dal suo giardino. (Forse non gli piacciono? Non si armonizzano con gli altri colori?...). E procede: lo fa in modo il più possibile tecnologico, scientificamente organizzato, senza alcun sentimento di odio (o di pena) per quegli innocui fiori. L’eliminazione degli internati nei campi di sterminio fece ricorso alle più avanzate tecniche operative. Una volta deciso trattarsi di sottoumanità, anzi di “non umanità”, tutto diveniva lecito. E ognuno si lavava la coscienza, preventivamente. Si può provare rimorso se si schiaccia una zanzara? I campi di concentramento erano diversi dai campi di sterminio: perciò non si capisce lo sdegno davanti al paragone, forte, ma tutt’altro che immotivato, di Gaza come “campo di concentramento”: il più grande del mondo, a cielo aperto; ma il campo di concentramento rischia di essere l’anticamera di quello di sterminio. E il sospetto che per tanti israeliani la “soluzione finale” del “problema palestinese” sia la loro scomparsa. O se ne vanno, o li aiutiamo ad andarsene, anche in modo definitivo.
La tragedia, come ho già scritto, di diventare “vittime delle vittime”, per i Palestinesi (cito il grande Edward Said); o, per gli ebrei, di diventare carnefici dopo essere stati vittime.
Dunque, capisco le proteste, e le giustifico, specie davanti alla monopolizzazione della shoa, da parte degli ebrei: come già detto non possono essere dimenticate le altre “margherite gialle” che il giardiniere nazista decise di estirpare dal suo giardino. Inaccettabile è poi l’uso politico, che ormai è entrato nella fase del consumismo, dell’olocausto ebraico. Per legittimare lo Stato israeliano e giustificare ogni sua nefandezza. A cominciare da quello che Ilan Pappe (lo storico israeliano costretto a lasciare la sua università, Haifa, e a rifugiarsi all’estero, in Gran Bretagna, per avere osato rompere la “storia sacra” della fondazione statuale) chiama “il peccato originale di Israele”, ossia la “pulizia etnica della Palestina”, nel 1947-48, ripresa massicciamente, vent’anni dopo, nel 1967, a seguito della guerra dei Sei Giorni.
E infine, forse una mano sulla coscienza dovrebbero mettersela quei tanti ebrei italiani che accolgono giubilando la “protezione” dei nostri governanti, e l’inquietante attitudine con cui la nostra destra (in parte adeguandosi al “nuovo filosemitismo europeo”, per dirla con un autentico intellettuale ebreo israeliano dissidente, Yitzhak Lahor), è diventata tutta zelantemente “israeliana” e sionista. Si può celebrare la liberazione di Auschtwitz (ribadisco: da parte dei “comunisti”), avendo accanto Alemanno e La Russa?
Angelo d'Orsi
Il viaggio in treno da Milano. Oltre 900 giovani delle scuole superiori di Milano e della Lombardia hanno affrontato il lungo viaggio in treno dalla stazione Centrale di Milano fino a quella di Auschwitz. I ragazzi arrivati a destinazione sono rimasti in silenzio di fronte all'atrocità evocata dalla scritta "Arbeit Macht Frei" (il lavoro rende liberi) che ancora campeggia sul cancello d'ingresso del campo di sterminio nazista. Orrore amplificato davanti alle camere a gas, agli oggetti delle vittime, ai nomi e dopo la visita a Birkenau, dove i quattro forni crematori hanno funzionato a pieno ritmo fino agli ultimi giorni della guerra.
Sul treno anche gli studenti di Parma. Su uno dei due treni della memoria partiti da Milano, organizzati da Cgil, Cisl e dalla Provincia di Milano, tra gli oltre 1200 passeggeri sulla via per Auschwitz - tra cui 300 lavoratori e pensionati - anche un gruppo di studenti di Parma che hanno affidato a Parma-Repubblica.it il loro diario di viaggio corredato di foto e racconti. Un viaggio collettivo verso i campi di sterminio, dove sono previste visite, cerimonie, confronti organizzati con l'obiettivo di "formare nuovi testimoni".
Arabi e cristiani in viaggio da Firenze. Un treno della memoria è partito anche da Firenze, organizzato dalla Regione Toscana, con a bordo 800 persone tra studenti delle scuole superiori e giovani di diversi paesi che frequentano le università toscane. Una ragazza marocchina con il chador, un palestinese che studia a Firenze per diventare artista nella sua terra, un esponente della comunità rom. "Questo viaggio è importante per conoscere dal vivo i luoghi dove l'uomo ha commesso orrori, ma sono consapevole che l'uomo da quegli orrori non ha imparato" commenta Remzt, 22 anni, palestinese della città vecchia di Gerusalemme.
Gli appuntamenti in tv. Numerose le occasioni per ricordare la Giornata della memoria sul piccolo schermo, a cominciare da RaiTre che domani alle 11 trasmette in diretta la cerimonia dal salone dei Corazzieri del Quirinale. Questa sera Retequattro alle 23.20 propone il film tv Il processo di Norimberga. Sempre su RaiTre, questa sera a mezzanotte Linea notte ospiterà Anna Foam, autrice del libro Diaspora, storia degli ebrei nel '900. Domani si comincia alle 8.05, ancora su RaiTre, con la seconda puntata de La storia siamo noi, dal titolo La soluzione finale, alla ricerca delle radici ideologiche e politiche della Shoah (mercoledì la terza parte). Sempre sulla terza rete Rai alle 13.10 va in onda Un treno per Auschwitz, il documentario di Carlo Lucarelli e Paola De Martiis dedicato al viaggio in treno di 600 studenti da Carpi al lager. La7 ricorda la Shoah alle 14 con la favola tragica Train de vie, film scritto e diretto da Radu Mihaileanu. RaiUno alle 14.10 ripropone la fiction Exodus - Il sogno di Ada, protagonista Monica Guerritore, dedicata alla storia di Ada Sereni che ha dedicato la sua vita a organizzare l'espatrio di migliaia di ebrei verso la Palestina. Nell'arco della giornata Rainews 24 propone interviste a scrittori, storici, testimoni, sopravvissuti e l'inchiesta esclusiva Bombardate Auschwitz: l'ordine che non fu dato. Sempre domani Retequattro trasmette alle 21.10 Il pianista, il film di Roman Polanski con Adrien Brody, il musicista la cui vita fu sconvolta dalla guerra e dall'invasione nazista. Sky Cinema 1, invece, ricorda lo sterminio trasmettendo in esclusiva alle 21 il film Il diario di Anna Frank, una recente trasposizione del celebre diario.
Venezia, un mese per non dimenticare. Anche quest'anno Venezia celebra la ricorrenza della Giornata della memoria scegliendo di promuovere molteplici appuntamenti distribuiti nell'arco di un mese, sostenendo occasioni di approfondimento culturale e iniziative d'arte e spettacolo sensibili ai valori di una "memoria condivisa" da non rimuovere, specie nei suoi capitoli meno conosciuti come la persecuzione nazista dei disabili, degli zingari, degli omosessuali e degli oppositori politici. Spicca la presenza di Moni Ovadia, che ha dato il via a una serie di eventi al teatro Goldoni tra cui la prima del suo ultimo lavoro teatrale Senza confini, ebrei e zingari. Tra le iniziative più toccanti la Fiaccolata delle memoria, la silenziosa marcia che partirà domani da Chirignago, in terra ferma, e sarà accompagnata dalle testimonianze di coloro che allo sterminio nazista sono sopravvissuti.
Cuneo, Bob Geldof in concerto. Incontri culturali, momenti di confronto e di riflessione a Cuneo. Nella mattinata di martedì, alle 12, in prefettura consegna delle medaglie d'onore ai deportati nei lager nazisti. Alle 16.30 dalla sinagoga di Contrada Mondovì partirà un trekking della memoria, con tappe al monumento alla Resistenza, al santuario degli Angeli e poi a Borgo San Dalmazzo dove centinaia di lumini ricordano le vittime della Shoah al Memoriale della deportazione, nei pressi della stazione ferroviaria. Alle 21 al teatro Toselli l'ottava edizione del Concerto della memoria con Bob Geldof, artista già candidato al premio Nobel per la pace e organizzatore di grandi eventi mondiali come il Live Aid e il Live 8.
Trieste ricorda dalla Risiera di San Sabba. A Trieste la giornata del 27 gennaio si apre alle 9.30 con la marcia silenziosa degli ex deportati dalle carceri del Coroneo alla Stazione centrale, dove sarà deposta una corona del Comune a ricordo della partenza dei convogli verso i campi nazisti. Alle 11 alla Risiera di San Sabba, unico campo di sterminio sul territorio italiano, si svolgerà la cerimonia solenne mentre tre esposizioni approfondiranno le storie legate alle deportazioni nazifasciste: le opere di Mario Moretti, militare italiano deportato dal 1943 al 1945 in Polonia e Germania, una mostra sulla persecuzione degli ebrei in Italia e una sul diario di Nicolò Chiucchi, cittadino istriano deportato a Dachau.
In Toscana spettacoli e riflessioni. Un nuovo museo per la documentazione, canti sacri, spettacoli teatrali e momenti di riflessione sono le iniziative organizzate in Toscana. A Prato domani sera è in programma nella chiesa di Lammari a Capannori il concerto di Antonella Ruggiero dedicato alla musica ebraica. Massa celebrerà il giorno della memoria con una seduta solenne del Consiglio Regionale nel Palazzo Ducale. Le scuole di Chiusi (Siena) saranno invece coinvolte in incontri con un sopravvissuto di un lager, Bruno Toppi, e assisteranno anche alla proiezione del film Il bambino col pigiama a righe. A Firenze il tradizionale concerto del 27 gennaio organizzato dal Maggio Musicale fiorentino sarà dedicato quest'anno alla "notte dei cristalli". Durante il concerto, in programma al Piccolo teatro del Maggio, saranno proiettati filmati e foto d'epoca con l'obiettivo di proporre una riflessione sul tema.
Bologna, teatro e commemorazioni. Deposizioni di corone, incontri musicali, tavole rotonde, spettacoli teatrali e consigli congiunti di Comuni e Province sono in programma in tutta l'Emilia Romagna. A Bologna le celebrazioni si aprono al Museo ebraico con l'inaugurazione della mostra Carlo Levi - Il prezzo della libertà. Al quartiere San Donato, invece, andranno in scena gli spettacoli teatrali ispirati al saggio di Hannah Arendt La banalità del male replicati nei licei Copernico, Minghetti e Galvani. Martedì saranno deposte delle corone davanti alle lapide presso lo stadio Dall'Ara in memoria di Arpad Weisz, atleta ebreo morto ad Auschwitz che fu allenatore del Bologna negli anni Trenta, al monumento dei martiti in piazza Nettuno, al cippo dei caduti in Certosa, alla lapide davanti alla Sinagoga e ai monumenti ai deportati omosessuali e zingari, uccisi dai nazi-fascisti.
Genova ricorda vittime omosessuali. In occasione della Giornata della memoria il programma di iniziative del Comitato Genova Pride presenta nella sala espositiva della Regione Liguria la mostra interattiva Omocausto, organizzata dal Gruppo Giovani del comitato Arcigay L'Approdo.
Le iniziative in Puglia. Numerose le iniziative in Puglia, a cominciare dalla consegna, domani mattina in prefettura a Bari, delle medaglie d'onore ai cittadini italiani, civili e militari, deportati e internati nei lager nazisti. Il Piccinniensemble con la direzione del maestro Valfrido Ferrari, terrà un concerto a Santeramo in colle. A Foggia la Città del cinema ha curato la proiezione, domani mattina, del film Il bambino con il pigiama a righe di Mark Herman.
L'università della Calabria. "Toccare, vedere, sentire: comprendere l'altro", questo il tema scelto dall'Università della Calabria con un nutrito programma di iniziative organizzate con il Conservatorio Giacomantonio di Cosenza, con la fondazione Ferramonti che prevede una visita al Campo di concentramento di Tarsia, e con il Movimento delle donne e l'Arcigay.
di MAGDA BIGLIA
— BRESCIA —
SI MOLTIPLICANO un po’ dovunque le iniziative per la “Giornata della memoria” del 27 gennaio, atte a coinvolgere popolazione e ragazzi delle scuole. Il treno speciale per Auschwitz, organizzato dall’Archivio storico della Camera del lavoro, è partito per la quinta volta in novembre carico di bresciani che hanno visto Cracovia e il terribile lager, riportandone come sempre emozioni davvero forti.
NELLE SCUOLE, in questi giorni, si riporteranno quelle esperienze. A Castegnato, alle 20.30 di martedì, al centro civico s’intitola “Un treno per...” lo spettacolo concerto con musiche ed immagini del viaggio. E il mattino, alle 9.30, gli studenti parteciperanno a un consiglio comunale aperto sulla Shoa.
È PROPOSTA dagli ex deportati la visione cinematografica “Un treno per Auschwitz” a Vobarno. È, invece, un treno in miniatura quello che i ragazzi del Gonzaga di Castiglione delle Stiviere da oggi al 27 faranno correre nel plastico di un lager a ricostruire la strada verso la morte. Le vicende di alcune vittime saranno messe in scena dai ragazzi. I cancelli saranno aperti di domenica dalle 10.30 alle 12 per consentire ai parenti di partecipare alla performance. Il 27 alle 20.30 nella biblioteca comunale di Cazzago San Martino saranno proiettati il film “Si fa presto a dire fame”, a cura dell’Archivio della Cdl e Porrjamos documentario dell’Opera nomadi sulle persecuzioni da parte di fascisti, nazisti e ustascia. Il Comune di Gussago, con l’Anci, ha realizzato una mostra con le testimonianze degli internati del paese nella sala Togni dove la sera di martedì sarà proiettato il film “Senza destino”. Prima, alle ore 10.45, si terrà una cerimonia davanti al monumento degli internati.
UNA MOSTRA su Olocausto e foibe, prima esposta a villa Mazzotti di Chiari, sarà fino al 15 febbraio nella sala civica di Castelcovati. Lo spettacolo “Il coraggio di vivere”, tratto a cura di Emanuele Turelli dal diario di Nedo Fiano, è in calendario il 27 a Borgosatollo, Cortefranca, Ome, il 28 a Ome e Cortefranca, il 29 a Capriolo, il 30 a Corzano, il 31 a Berzo Demo. Narra di un bambino ebreo fiorentino la cui esistenza viene sconvolta dalle leggi razziali, fino alla deportazione, ad Auschwitz.
Mai più è lo slogan ripetuto ed ascoltato milioni di volte dalle generazioni nate nel secondo dopoguerra. Mai più è la frase ad effetto che accompagna le celebrazioni della Giornata della Memoria, istituita allo scopo di ricordare al mondo intero la barbarie dell’Olocausto di ebrei, zingari, omosessuali e “diversi”, messa in atto dalla Germania nazista di Hitler.
La voce delle minoranze: Khorakhané
di Fiammetta Poidomani
Il canto di chi viaggia in direzione ostinata e contraria
Non è facile parlare di De André attraverso una sola canzone. Ci sono tanti aspetti diversi nella sua poetica (possiamo tranquillamente definirla così): l’amore per Genova, l’influenza di Brassens, la lotta, la contestazione politica, l’ironia, il tema della morte, della solitudine... Fabrizio è stato un grande poeta che ha saputo parlare di tante cose, che ha descritto attraverso la musica il microcosmo e il macrocosmo dell’esistenza. Ma ciò che è sempre stata una costante nelle sue canzoni (e nella sua vita) è la sensibilità nei confronti dei discriminati, degli umili, degli emarginati. È su questo che ci soffermiamo a riflettere: su Fabrizio De André come voce delle minoranze.
Nel 1996 usciva l’album Anime Salve, che nasceva dalla collaborazione di due cantautori: Fabrizio De André e Ivano Fossati. Una vera rarità nel panorama della musica italiana, senza dubbio di altissimo livello per quanto riguarda le liriche e gli arrangiamenti. Sotto tutti gli aspetti, sia musicali che tematici, uno dei lavori più interessanti di De André. L’album è considerato da alcuni il suo “testamento spirituale”, per l’intensità delle parole e la bellezza della musica che risente di diverse influenze e sonorità, da quella balcanica a quella sudamericana e mediterranea.
I temi affrontati hanno sempre un comune denominatore: lo schieramento dalla parte degli emarginati. Che è comunque la matrice fondamentale di moltissime canzoni di De André: in “Fiume Sand Creek” (L’Indiano, 1981), partecipava fermamente al sostegno degli Indiani d’America, perseguitati e vittime di genocidi nella propria terra d’origine. Nel 1992, quando si festeggiavano i 500 anni dalla scoperta dell’America, il cantautore dichiarò che in quel “giorno di lutto” il suo cuore sarebbe stato con gli Indiani. Allo stesso modo venne conquistato dalla cultura della Sardegna (quasi un mondo a sé stante rispetto al resto dell’Italia), al punto di scrivere canzoni in dialetto prettamente sardo. Entrambe le etnie, diceva De André, sia quella indiana che quella sarda, possono ritenersi accomunate dalla stessa condizione: rinchiuse in riserve se non altro culturali, oppresse da dominazioni sociali.
Anime Salve rappresenta una delle opere più ricca di significati, e contiene una canzone in particolare che, oltre a presentarci un altro popolo di cui Fabrizio si interessò molto, i Rom, racchiude in sé (a mio parere) alcuni degli elementi fondamentali del pensiero e dello stile del cantautore: sto parlando di “Khorakhané”. In essa ritroviamo l’interesse verso il mondo dei diseredati, degli zingari. Il pezzo è infatti incentrato sulla vita nomade dei “Khorakhané”, nome di una tribù rom di provenienza serbo-montenegrina. «Sarebbe un popolo da insignire con il Nobel per la pace per il solo fatto di girare per il mondo senza armi da oltre 2000 anni» asserì Fabrizio De André durante il concerto al Teatro Brancaccio di Roma nel 1998.
Nella canzone i Rom vengono rappresentati come individui senza una vera casa e per questo assolutamente liberi e privi di condizionamenti economico-sociali (l’amore per la libertà è un altro dei temi ricorrenti nell’opera di De André); il viaggio degli zingari non ha una meta, anzi, gli zingari non si preoccupano neanche di averne una. Il loro eterno peregrinare non ha uno scopo, ma fa parte del loro DNA: “per un solo dolcissimo umore del sangue/ per la stessa ragione del viaggio viaggiare”. Da qui il cantautore prende lo spunto per lanciare una critica alle cosiddette “persone per bene” ed esprimere il suo disprezzo nei confronti dei moralisti benpensanti. “…e se questo vuol dire rubare…/ lo può dire soltanto chi sa di raccogliere in bocca/ il punto di vista di Dio” .
Non mancano neanche in questa canzone struggente i toni amari tipici di De André (“…i figli cadevano dal calendario/ Yugoslavia Polonia Ungheria/ i soldati prendevano tutti/ e tutti buttavano via…”), né il ricorso ad altre lingue: la coda finale, che rende il brano ancora più conturbante e d’ impatto, è scritta in romanì, la lingua dei Rom; in studio è cantata dalla moglie di De André, Dori Ghezzi. Per questa parte Fabrizio collaborò con un suo amico rom.
“Khorakhané” è infine una poesia intensa e incisiva, che rileva immediatamente la maestria di De André nell’arte di mettere insieme le parole. Le espressioni usate, le immagini che vengono evocate sono di una bellezza sconvolgente, ma, allo stesso tempo, manifestano una crudezza e un’asprezza che arrivano direttamente nel profondo dell’anima in modo sconcertante, come solo De André riusciva a fare. È la sintesi tra visione elegiaca di poeta e sapienza popolare.
De André infatti era un uomo dalla cultura vastissima, ma che non aveva mai voluto sconfinare nell’intellettualismo manierato. Anarchico fino in fondo, conservava un profondo disprezzo per ogni tipo di prevaricazione, sia fisica che mentale: la figura di intellettuale che elargisce il proprio sapere dall’alto di un piedistallo proprio non gli si addiceva. Era un uomo prima di tutto, il suo intento non era quello di rieducare il mondo né di rivelare verità nascoste. E proprio in questo, forse, sta la sua grandezza: l’aver detto tanto senza la pretesa di insegnare niente a nessuno.
«Il meglio della cultura viene sollecitato da persone che si trovano in minoranza e che proprio per i loro doni vengono emarginate e all'occorrenza perseguitate»
altri Link:
Khorakhanè_quella_canzone_tradotta_per_Fabrizio_de_Andrè
9 gennaio 2009. Noi organizzazioni del Privato Sociale del Veneto operative in ambito di grave emarginazione sociale esprimiamo forte preoccupazione e delusione rispetto alle decisioni annunciate dalla Regione Veneto di procedere ad un pesante taglio, per il prossimo ed i successivi tre anni, della spesa per le Politiche Sociali. Ci colpisce l’azzeramento totale dei già modesti capitoli di spesa per le vittime della tratta di esseri umani e la povertà estrema, così come il pesante taglio alle azioni rivolte a minori, tossicodipendenti, disabili, giovani. Con ciò si distrugge un lavoro paziente portato avanti negli ultimi dieci anni, di collaborazione e sacrificio, anche da parte di numerose organizzazioni del Privato Sociale. Un lavoro che ha permesso di aiutare migliaia di persone ad uscire dal buio dell’emarginazione. Un lavoro che ha permesso di restituire dignità a persone che, nell’abuso e nello sfruttamento, hanno visto ridotti a zero i propri diritti di esseri umani. Un lavoro che ha visto crescere un patrimonio di esperienze e competenze, umane e professionali. Un lavoro che nella difficoltà delle zone più crude delle città del Veneto è continuato nel silenzio e lontano dai riflettori della politica. Ed un lavoro che, attraverso il reinserimento sociale di persone in difficoltà, ha contribuito a moderare la sensazione di insicurezza dei cittadini, cresciuta negli ultimi anni proprio a causa della sempre maggior visibilità dei fenomeni di emarginazione nelle nostre città.
Ci appelliamo a tutte le persone di buona volontà, politici e cittadini, sensibili ai valori della solidarietà, dell’accoglienza e dell’aiuto verso chi è stato meno fortunato per sostenere la richiesta al Consiglio Regionale di un ripensamento su tale nefasta decisione.
Associazione Mimosa (PD), EQUALITY Cooperativa Sociale (PD), Associazione Di.A.Psi.Gra (VI),
Associazione Genitori Vicenza ONLUS (VI), Lega Tumori Vicenza (VI),
Suore francescane con i poveri ONLUS (PD),Associazione Welcome (PD), ACLI Veneto,
Associazione Diritti Umani - Sviluppo Umano (PD), Comunità dei Giovani (VR),
Opera Nomadi di Padova - Onlus
di Tara Fernandez
Il segretario generale del Consiglio d'Europa Terry Davis ha posto l'accento sulla "crescente intolleranza e la violenza contro i Rom in Europa".
L'occasione del monito di Davis e' stato il tentativo di attacco di una folla armata di pietre ad un sobborgo di Rom in lingua ceca nella citta' cecoslovacca di Litvinov, che, ha ricordato il seretario del Consiglio d'Europa, e' avvenuto il giorno dopo dell'anniversario della Kristallnacht che ha segnato l'inizio della Shoah.
"L'analogia - ha sottolineato Davis - va solo fin qui. Nel 1938 gli attacchi dalle sturm troopers erano orchestrate dal regime nazista, e sarebbe totalmente sbagliato trarre un parallelo con la Repubblica ceca, dove le autorita' stanno facendo tutto il possibile per impedire questi attacchi contro i Rom".
Tuttavia, secondo Davis, "dobbiamo riconoscere che questo incidente ha avuto luogo nel contesto di crescente intolleranza e violenza contro i Rom in Europa", e peraltro " Tutti i governi di tutta Europa devono anche esaminare urgentemente la situazione della comunita' Rom nei loro paesi ed agire con decisione per proteggerle contro la discriminazione, l'intolleranza e la violenza".
Era l’alba di Obama: le 5 del mattino, ora italiana, del 5 novembre. E la possibilità – augurabile o temuta – che l’America, nel segreto dell’urna, non avrebbe votato un presidente nero, s’era appena squagliata in qualche residuale pillacchera di livore. Lasciando il posto a uno stupore molto italiano, quasi avessimo misurato gli umori americani – ripassando la storia dell’apartheid e incrociandola con l’11 settembre e la dirompente immigrazione, ispanica e no, di quel Paese – con il nostro metro di oggi: un po’ più corto e intimorito, un po’ più intollerante e preoccupato. Tanto da chiederci se quel «razzismo», più o meno sottotraccia, attribuito agli Stati Uniti e mandato a gambe all’aria dall’elezione del presidente nero, non fosse in realtà una riserva tutta nostra. Un disagio a nostra immagine e somiglianza: l’Italia spaventata di oggi.
Sì, razzismo, la parola infine sdoganata. Dalla politica. Dalla Chiesa. E, almeno tre volte nell’ultimo mese, dalla Cassazione: la remissione di querela non ferma un processo per ingiuria a sfondo razziale (2 novembre); i sentimenti di disprezzo e ostilità alimentano l’odio razziale e costituiscono perciò un’aggravante (9 ottobre); condanna annullata per la segretaria di una ex-sezione Ds di Roma che accusava due esponenti di An di alimentare intolleranza e odio razziale: su questi temi, ha decretato la Corte, «è lecita una polemica politica aspra» (24 ottobre).
Sì, razzismo. Quel crescendo di ostilità che ha fatto dire a Gianfranco Fini: «Siamo onesti, negli ultimi tempi in Italia ci sono stati episodi di discriminazione razzista e xenofoba, in alcuni casi anche violenti. Negarlo sarebbe sbagliato ». Messaggio rivolto a chi tira il sasso dell’intolleranza e poi, dinnanzi alle aggressioni, nasconde la mano, guantandola di «non c’è nessuna emergenza», «solo episodi isolati», e « in fondo non si può parlare di razzismo». Come se le denunce di Napolitano e Ratzinger, il loro grido di allarme, fossero il capriccio di due anziani signori, un po’ esagerati. Come se negli ultimi mesi – tra campi rom assaltati, neri pestati e clochard bruciati – la violenza xenofoba non si fosse tolta la cinghia, per picchiare un po’ ovunque. Picchiando duro. Soprattutto il nero: il più «straniero». E il più facile da: ingiuriare («riporti suo figlio nella giungla», ha detto una maestra di Milano a una mamma); malmenare (l’aggressione a colpi di «confessa, scimmia» subita a Emannuel Bonsu, di cui sono accusati dieci vigili di Parma); perfino ammazzare (l’omicidio dello «sporco negro» Abdul Guibre, italiano di Milano, che avrebbe rubato dei biscotti). Il nero come il colore preferito dalla paura e dall’insicurezza in una società neo-depressa e un po’ più povera, parola di Istat.
Così, alle 11 di quel 5 novembre, a sei ore di distanza dall’elezione di Barack Obama – quando certi commenti (Umberto Bossi: «Da noi mai un presidente nero») e certe carinerie erano ancora là da venire – abbiamo chiesto alla Ipsos di lanciare un sondaggio per fotografare l’atteggiamento italiano nei confronti dei 3.432.651 stranieri (il 5,8% della popolazione) che vivono da noi, con noi. Per capire se, e quanto, il montare dell’intolleranza abbia a che fare con la presenza degli immigrati in Italia. E quanto il mutamento sociale del paesaggio urbano (costumi, lingue, religioni) armi il nostro recente «cattivo umore».
La risposta è stata chiara: «Gli immigrati in Italia sono troppi, bisogna ridurne il numero», dice la maggioranza degli italiani. Aggiungendo: nessun diritto in più deve essere loro concesso, e anzi per il 30% del campione intervistato, gli immigrati che vivono da noi dovrebbero vedere «ristretti i loro diritti». Già, ma quali, se il ministro Bossi ha spiegato che «il voto sarà concesso sempre e solo agli italiani, che non sceglieranno mai un nero»? C’è davvero soltanto l’equazione un po’ semplicistica «immigrati=delinquenza », alla radice delle opinioni espresse nel sondaggio? Marzio Barbagli, sociologo, autore di Immigrazione e sicurezza in Italia (Il Mulino), è convinto di no: «Certo, una delle motivazioni è che gli immigrati delinquono di più, ma ce n’è anche un’altra che non riguarda né la differenza culturale né la diversa religione ed è il welfare. E quando dico welfare non penso al lavoro o alla casa, piuttosto alla sanità e a tutte le code nei pronto soccorso e nella diagnostica, perché tanti immigrati cercano assistenza gratuita; o agli asili nido e alle scuole materne, dove le graduatorie, dato l’alto tasso di fertilità degli stranieri, riservano esclusioni. Il tema-razzismo è di quelli capaci ancora di suscitare passioni forti e contrastanti, ma più che di razzismo, in molti casi parlerei di paura e di ostilità. Altro discorso invece sono i raid contro i rom o le violazioni del codice penale. Certo, il sondaggio dimostra tutte le difficoltà che abbiamo in Italia nel gestire l’integrazione». In Italia più che in Europa, dove Sarkozy ha appena nominato il primo prefetto di colore e Rotterdam, la città che diede i natali al leader anti-immigrati Pym Fortuyn, ha eletto un sindaco marocchino. Nonostante il nostro Paese (un solo parlamentare di colore su 945) sia alle prime armi con l’immigrazione, o forse proprio per questo. Ha ricordato Sergio Romano a un lettore del Corriere che chiedeva se e quando un Obama da noi «che gli americani hanno impiegato un secolo e mezzo perché il rappresentante di una forte minoranza divenisse presidente e non si può pretendere che la stessa cosa accada ora in Italia all’esponente di una piccola e recente immigrazione».
Piccola davvero, se paragonata ai numeri di Francia e Germania, eppure secondo il recente VI rapporto su Immigrazione e cittadinanza in Europa, gli immigrati sono una minaccia per l’ordine pubblico e la sicurezza per il 50,7 degli italiani, a fronte del 21,6 dei francesi e del 29,2 dei tedeschi. Numeri che si ribaltano alla domanda, se «gli immigrati sono una risorsa per il Paese»: sì per il 59,3 dei francesi e il 61,7 dei tedeschi, ma soltanto per il 46,5 degli italiani, una minoranza.
A conferma che, da noi, l’ostilità è un rumore sordo che cresce: questa è l’aria che tira oggi in Italia, e non è una bella aria. Lo spavento fa il suo giro, come un vecchio arrotino, affilando il rancore e l’intolleranza. Tanto da far dire a Don Black, ex Ku-Klux-Klan, uno dei capi del suprematismo bianco anti-Obama, in un’intervista rilasciata a Mario Calabresi per Repubblica: «Ci piace il vostro Paese: c’è molta eccitazione sul nostro sito per quello che sta succedendo da voi, siete i primi a reagire e a dimostrare che non vi fate sottomettere dagli immigrati». Attestato che forse farà gonfiare il petto ai Borghezio e ai Gentilini (lo sceriffo di Treviso, indagato il mese scorso per «razzismo»), ma preoccupa non poco, per la fonte che l’ha rilasciato e il gran festeggiare dei siti razzisti in rete.
Quel «gli immigrati in Italia sono troppi» è anche un modo per comprendere il recente successo elettorale della Lega che, perfettamente in linea con la maggioranza espressa dal sondaggio Magazine-Ipsos, vuole chiudere il rubinetto dei flussi e, parola di Bossi, non intende rinunciare ai «pregiudizi nei confronti degli immigrati», nonostante l’invito, giovedì scorso, del presidente Napolitano.
Niente di nuovo, la Lega da sempre cavalca a pelo il temasicurezza e continua a servire una fantasia di proposte, piatto tradizionale della casa, senza soluzione di continuità: introduzione del reato di clandestinità, impronte ai bimbi rom, medici obbligati a segnalare i malati clandestini in cura, patente di italianità a punti, campi-rom solo dopo referendum cittadino, classi separate per i piccoli stranieri. Non tutte diventeranno legge, ma leggerle tutte assieme fa un certo effetto, anche se il sondaggio non dice se l’intolleranza cavalca la paura o è la paura di perdere i connotati (culturali, religiosi, sociali) a farti prendere la smania di «sbiancare» tutti. Come hanno fatto, insultanti, gli ignoti che a Varese hanno dipinto di bianco le sagome dei bimbi neri sistemate dagli studenti elementari nel giardino della scuola. E come hanno fatto, provocatoriamente, per irridere il razzista di turno, i fotografi svizzeri che abbiamo scelto per la copertina dedicata a questa inchiesta.
E ha voglia la Comunità di Sant’Egidio a puntare il dito contro «chi non si vergogna, da posizioni di responsabilità nelle amministrazioni pubbliche e in Parlamento, ad incitare al disprezzo verso immigrati, rom, romeni, islamici, in un clima irresponsabile e irrespirabile di “caccia al diverso” che rischia di ammalare la convivenza nelle nostre città, dove la sequenza di atti di razzismo è impressionante ». Il fatto è che la paura porta voti e la tolleranza, oggi in Italia, li fa perdere.
La Chiesa sembra in effetti l’unica diga alla xenofobia, visto che non si presenta all’elezione e conferma la sua missione, battendo il tasto dell’accoglienza anche quando si sente rispondere, dallo Speroni di turno: «Se li prendano in Vaticano i clandestini». Eppure il cardinale Scola, patriarca di Venezia, lo spiega molto chiaramente: «Il meticciato culturale è la realtà del nostro tempo e va affrontato con coraggio. Le persone che si muoveranno in questo secolo saranno più di un miliardo e noi qui a spaventarci per i 14 milioni di islamici in Europa… I grandi processi non domandano permesso per accadere». Come a dire che alzare muri d’intolleranza, arroccati nel fortino indifendibile, non è la soluzione: è come svuotare il mare della paura armati di un cucchiaio. O peggio, di un coltello.
Ed è stata proprio la Chiesa, la settimana scorsa, a intervenire, indirettamente, su un altro dato del nostro sondaggio; quello che segnala gli immigrati da Est, romeni in testa, come i meno integrati in Italia, a dispetto di una radice latina e di una lingua facilmente assimilata. Opinione che risente della confusione romeno-rom e del fatto che gli zingari sono, in questo Paese, la comunità «meno sopportata ». Lo studio della Cei, commissionato all’università di Verona, ha dimostrato che non esiste un solo caso di rapimento di bambino ad opera di nomadi negli ultimi vent’anni e che la leggenda degli zingari rapitori è solo un pregiudizio e, anzi, «troppo spesso, i bambini rom vengono tolti alle famiglie, con la scusa dei maltrattamenti, e dati in adozione con troppa facilità».
Uno studio dettagliato che ha già scatenato il fastidio di tanti che preferiscono credere alle loro ossessioni, fino a restarne prigionieri, come quei membri di Facebook, il social network più famoso del mondo, che hanno aderito entusiasti ai gruppi, gestiti da italiani, del tipo Odio gli zingari (più di 7mila iscritti), Bruciamoli tutti o Diamo un lavoro agli zingari: collaudatori di camere a gas. E pensare che proprio un finto rapimento, l’accusa senza prove nei confronti di una nomade 16enne, innescò due mesi fa il pogrom di Ponticelli: l’assalto impunito al campo rom e il via libera a quella serie di aggressioni a sfondo razziale, contro tutti i colori del «nero» – anche contro ragazzi cinesi, albanesi, romeni – che ha scandito questo autunno italiano al grido di «Ve ne dovete andare». Più o meno quello che ha risposto al sondaggio, all’alba di Obama, l’Italia di oggi.
“Per il 2008 l’Unicef ha deciso di lavorare con maggiore attenzione sul tema della non discriminazione. Una riflessione sulla situazione dei bambini rom, sinti e camminanti in Italia era dunque fondamentale, anche in relazione alle iniziative del governo che nel mese di luglio ha intrapreso un censimento dei minori nei vari campi”. Così il direttore generale di Unicef Italia, Roberto Salvan, spiega l’importanza del seminario che apre a Roma intitolato “Per i diritti dei bambini rom, sinti e camminanti in Italia”.
Un appuntamento in collaborazione con Unicef internazionale, destinato a diventare un impegno annuale, che prevede di mettere in luce problemi, linee guida internazionali e buone pratiche già realizzate sul nostro territorio.
Assistiamo a una recrudescenza di episodi di intolleranza nei confronti dei rom. E’ un fenomeno tutto italiano?
Quanta responsabilità hanno i media a creare una cultura della diffidenza?
Ad esempio?
Sono state sperimentate altre buone pratiche?
ROMA - Sono i parenti, i pedofili, gli amici di famiglia ma non i nomadi a rubare i bambini. E' solo un brutto stereotipo, un pregiudizio infondato quello che attribuisce ai rom la responsabilità di far sparire i bambini. Un modo di dire, e pensare, che i media - tv, e giornali in ugual misura - amplificano "con forza squassante". E' il risultato di una ricerca commissionata dalla Fondazione Migrantes (Cei) al Dipartimento di psicologia e antropologia culturale dell'università di Verona sui presunti tentati rapimenti addebitati ai rom dal 1986 al 2007.
"Dei 40 casi presi in esame, nessuna sparizione è da addebitare a nomadi", ha sintetizzato monsignor Piergiorgio Saviola, direttore generale della Fondazione Migrantes, presentando questa mattina nella sede della Radio Vaticana il lavoro dell'ateneo di Verona.
I casi sono stati individuati e analizzati partendo dalle notizie fornite dalla stampa nazionale ed esaminati attraverso la consultazione dei fascicoli giudiziari. La ricerca ha dimostrato che in nessuno caso la sottrazione "dell'infante effettivamente avvenuta e provata oggettivamente" è da imputare ai rom. Anche laddove si apre un processo giudiziario, le indagini di polizia concludono sempre che "i rom e i sinti non c'entrano". I ricercatori hanno esaminato anche casi a cui la stampa ha dato ampio spazio, come la sparizione di Angela Celentano e Denise Pipitone, ma i risultati hanno escluso la partecipazione di gruppi nomadi.
Monsignor Saviola, da tempo al fianco della comunità nomade che abita in Italia, ha sottolineato che "nessuna prova certa, nessun verdetto di condanna è stato emesso contro qualche figlia o moglie di zingaro per sequestro di minori". E ancora: "E' una conclusione sconcertante, non tanto in riferimento agli zingari, quanto in riferimento a chi punta il dito verso di loro in base a questo famoso 'sentito dire', magari tradotto in un altro famoso e pericoloso 'tutti dicono così'. Continuare a diffondere certe dicerie non è soltanto andare contro verità, ma contro giustizia".
"La ricerca - ha spiegato il direttore di Migrantes - è un appello ai singoli e alla pubblica opinione a non 'rapire' la reputazione, l'onorabilità a gente che ha come colpa principale l'essere diversa da noi per lingua, cultura, tradizioni o comportamenti sociali".
(ASCA) - Ancona, 4 nov - Prende il via il progetto Adriatico Mediterraneo Mari d'Europa-Mari delle Marche con cui la Regione ha vinto il bando promosso dal Parlamento Europeo a sostegno del dialogo interculturale, in occasione del cinquantesimo anniversario della prima seduta dell'assemblea del Parlamento europeo, e dell'Anno europeo del dialogo interculturale. L'iniziativa, cofinanziata dal Parlamento Europeo e promossa dalla Regione Marche 8e da vari comuni) ed e' attuata dall'associazione Adriatico Mediterraneo in collaborazione con il Teatro Stabile delle Marche e le amministrazioni locali, a sostegno dell'integrazione nella societa' e nelle scuole della regione. Verranno toccate una serie di citta' delle Marche (Macerata, Ancona, Jesi, Loreto, Osimo, Porto Sant'Elpidio, Senigallia) dove verranno rappresentati spettacoli teatrali, preceduti da incontri con gli studenti, caratterizzati dall'attenzione per le tematiche sociali. La terza fase del festival ha il suo primo appuntamento a Macerata, giovedi' 6 novembre (ore 21) al Teatro Lauro Rossi Zingari: l'olocausto dimenticato in collaborazione con Amat e Comune di Macerata per ''Altri percorsi 2008/2009'' spettacolo teatrale di e con Pino Petruzzelli, spettacolo dedicato al genocidio degli zingari durante il nazismo, genocidio che nasce dal pregiudizio e dal razzismo imperanti nella Germania degli anni Trenta. Un viaggio nella memoria alla scoperta di una pagina di storia che inspiegabilmente non trova spazio nei testi scolastici.
Uno spettacolo - e' detto in una nota - carico di umanita' e di amore per un'etnia, quella Rom e Sinta, che nel corso degli anni piu' che essere sconosciuta e' stata misconosciuta. Si proseguira' sabato 8 novembre al Teatro Sperimentale di Ancona, dove alle 21 andra' in scena Il Poema dei Monti naviganti, spettacolo teatrale da un'idea di Roberta Biagiarelli, tratto dal libro di Paolo Rumiz con Roberta Biagiarelli e Sandro Fabiani, regia Alessandro Marinuzzi. Ancora, mercoledi' 19 novembre (ore 21) al Ridotto del Teatro delle Muse di Ancona la Lettura teatral-musicale Storie di vita da testi di Giancarlo Trapanese con Luca Violini (voce recitante) e Gli Ex (musica e canzoni).
Incontri sono in programma i varie cittadine della regione: da Porto Sant'Elpidio (Teatro della Api) venerdi' 21 novembre (concerto di Giovanni Seneca in quintetto Per Aspera - Approdi Mediterranei) a sabato 13 dicembre, dove a Loreto si terra' un incontro con le scuole medie superiori su ''La riconciliazione possibile'' nell'ambito delle giornate dell'11* Meeting Internazionale Migrazioni.
Dopo il Microfestival del Nuovo teatro italiano/Nuove sensibilità, la rassegna "Altri percorsi", promossa dal Comune in collaborazione con l'Amat, prosegue il suo cammino con lo spettacolo "Zingari: l'Olocausto dimenticato".

dal Comune di Macerata
www.comune.macerata.it
In programma questa sera, alle ore 21, al teatro Lauro Rossi, lo spettacolo di e con Pino Petruzzelli che ne firma anche la regia, è un viaggio nella memoria alla scoperta di una pagina di storia che inspiegabilmente non trova spazio nei testi scolastici. Siamo a Berlino, intorno agli anni Trenta, quando il dottor Robert Ritter, direttore del centro di ricerche per l'igiene e la razza, dichiara che "gli zingari risultano come un miscuglio pericoloso di razze deteriorate" e che "la questione zingara potrà considerarsi risolta solo quando il grosso di questi asociali e fannulloni sarà sterilizzato".
La dottoressa Eva Justin rivela al mondo accademico nazista, nella sua applaudita tesi di laurea, la presenza nel sangue degli zingari di un gene molto pericoloso: quello dell'stinto al nomadismo, il terribile wandertrieb. Un genocidio dimenticato quello degli zingari, così come dimenticati sono stati i risarcimenti a loro dovuti a seguito delle persecuzioni durante il nazismo. Uno spettacolo carico di umanità e di amore per un'etnia, quella Rom e Sinta, che nel corso degli anni, più che essere sconosciuta, è stata misconosciuta. Regista e attore, diplomato all'Accademia nazionale d'arte drammatica "Silvio D'Amico" di Roma, Pino Petruzzelli, lavora da ani per mettere la cultura al servizio di importanti cause sociali, andando a conoscere in prima persona le realtà che poi racconta attraverso spettacoli e reportage, tra cui appunto "Zingari" presentato in prima nazionale al 38° Festival teatrale di Borgio Verezzi e nel corso della trasmissione "Terra!" di Canale 5 raggiungendo il 14 per cento di share.
I biglietti per assistere allo spettacolo sono in vendita alla Biglietteria dei teatri di piazza Mazzini (10.30/13 - 17/19.30 - tel. 0733.230735) al prezzo di 12 euro (ridotto 7 euro), on line sui siti www.amat.marche.it e www.vivaticket.it.
Da Postcrazia
Il libro Zingari di Merda (Antonio Moresco – 93 pag., ill., - Edizioni Effigie 2008) l’ho cercato e voluto per la stessa ragione che ha spinto lo scrittore A. Moresco e il fotogiornalista (nonché editore) G. Giovannetti, verso la Romania: “andare a vedere da dove si mette in movimento tutta questa disperazione, l’origine di questa ferita”. Con loro, a bordo di una vecchia BMW, un rom sgomberato dalla città di Pavia. Imbarcarsi da lettore in quest’avventura ha avuto un sapore ibrido, reportage ma anche racconto di narrativa. Miscuglio probabilmente voluto dagli stessi autori per creare una sorta di parallelismo con i rom, con la mescolanza che da sempre contraddistingue il loro nomadismo.
Ma come tutti i cammini avventati, anche questo necessita di cautele. Di esperienze messe a disposizione. La prima che mi viene in mente è forse la più ovvia, ma non la più sciocca: un viaggio del genere non può non partire da qui, dalla Roma o dalla Milano quotidiana.
Quella dei marciapiedi o dei lembi di periferia abitati dagli “zingari”. Dalla forma spregiativa che quel sostantivo, già da solo, senza neppure il bisogno della specifica poi utilizzata dagli autori nel titolo, è riuscita a farsi strada nel nostro gergo di gente da ipermercato, cucine profumate di sughi pronti, auto gelide da climatizzatori computerizzati.
“Zingaro” già di per sé incute terrore, che poi sia “di merda” è solo un ammennicolo. D’altronde, eludendo questa premessa, sarebbe impossibile spiegare come per esempio sia stata necessaria la creazione ex-novo di un Commissario straordinario per i Rom.
C’è stato quello per i rifiuti, quello per il terremoto o le alluvioni, ma una calamità travestita da essere umano io non l’avevo mai sentita. E neppure Moresco immagino. Su questo punto lo scrittore mantovano non transige, lo si intuisce perfettamente fra le righe: se si dà per scontato che il nostro modo di vivere sia quello giusto, il passo successivo non può che essere quello di ricondurre tutti a dinamiche di vita simili alle nostre.
È in ragione di ciò, per il solo fatto che gli zingari incarnano l’irriducibilità e la differenza, che Moresco ha scelto di rappresentarli senza censure, senza cercare di farne un santino edificante. Semplicemente li mostra.
Nel libro non mancano però giudizi. Uno su tutti: la condanna senza mezzi termini della violenza Rom nei confronti delle proprie donne: “Dire qualcosa?” dice Dimitru, il ragazzotto che accompagna gli autori durante il viaggio “Ma stai scherzando? Le nostre donne non si devono azzardare ad aprire bocca, se no le massacriamo”.
Ma anche qui, Moresco ci fa intendere come sovente è il nostro termine di paragone a risultare più grave: tutto è più criminale se compiuto dagli zingari di merda, quasi che di violenze domestiche italiote non se ne fosse mai sentito parlare.
Partire da Pavia (o come dicevo all’inizio da Roma o Milano) per andare fino a Listaeva a trovare gente che vive in buche scavate sotto terra (avete letto bene), non ha significato perciò allargare ulteriormente il solco che sembra separarci da loro.
“Zingari di merda” vuole a ragione (riuscendoci) essere la prova provata che in fondo non è così strano per un Rom immaginarsi protagonista di un futuro migliore: da diavolo in terra, da spettatore nelle baracche di Slatina di televisioni che a ruota trasmettono quanto è splendida e facile la vita in Italia e dappertutto là fuori, a chiunque, davvero a chiunque, verrebbe normale fuggire.

“Ho attraversato l’Europa per analizzare le condizioni di vita dei rom e il loro grado di integrazione. Non avevo mai assistito a violazioni di diritti umani così gravi come quelle che le istituzioni italiane rivolgono alla mia gente”. Suonano gravi le parole che usa Victoria Mohacsi, rom ungherese membro del Parlamento europeo, all’indomani della fine del suo ‘tour degli orrori’ fra i campi nomadi abusivi delle periferie italiane.
Dal 17 al 20 ottobre 2008 l’europarlamentare ha visitato una decina di insediamenti rom tra Firenze, Bologna, Pesaro, Padova e Sesto San Giovanni (provincia di Milano, teatro dell’ultima tragedia di un mese fa, quando un ragazzino è morto carbonizzato nel sonno per un incendio accidentale nella fabbrica dismessa dove dormiva), accompagnata da una delegazione formata da alcuni attivisti per i diritti umani del gruppo Everyone e da una troupe ungherese di riprese documentarie.
La Mohacsi e i suoi collaboratori hanno ispezionato i luoghi in cui vivono gli ultimi Rom romeni rimasti in Italia, alcune comunità di Rom e Sinti italiani, insediamenti di famiglie Rom originarie dei Paesi della ex Jugoslavia. “La delegazione ha raccolto documentazione riguardo alla condizione dei ‘nomadi’ in Italia, intervistando decine di testimoni della persecuzione e filmando i luoghi in cui i Rom convivono con topi, parassiti e disperazione”, fa sapere il gruppo Everyone, “Stiamo preparando un dossier illustrato da fotografie, per raccontare all'Ue le fasi del drammatico viaggio in Italia compiuto da una coraggiosa parlamentare europea che si batte da quindici anni contro la tragedia del razzismo che sta annientando il suo popolo”. Un riassunto dell’esperienza italiana della europarlamentare, anch’esso corredato da fotografie, è già disponibile sul sito web everyonegroup.org
Dal 17 al 20 ottobre 2008 l’europarlamentare rom ungherese Victoria Mohacsi ha visitato alcuni campi nomadi abusivi presenti in Italia. A seguirla una delegazione formata da alcuni attivisti per i diritti umani del gruppo Everyone e da una troupe ungherese di riprese documentarie.
Nel corso del viaggio la delegazione ha raccolto testimonianze filmate della condizione dei nomadi in Italia, sono state effettuate anche numerose interviste. Il dossier finale, corredato di foto e altri documenti, presto verrà pubblicato su internet – una sintesi del “diario di viaggio” è già disponibile sul sito web everyone group.org.
L’obiettivo della visita era osservare le reali condizioni e il grado di integrazione della popolazione rom nel nostro Paese e mostrarle al resto del mondo e al Parlamento europeo. Spiegano alcuni membri della delegazione: “stiamo preparando un dossier illustrato da fotografie, per raccontare all′Ue le fasi del drammatico viaggio in Italia compiuto da una coraggiosa parlamentare europea che si batte da quindici anni contro la tragedia del razzismo che sta annientando il suo popolo”.
Il quadro che via via emerge sotto lo sguardo attento della parlamentare ungherese è tutt’altro che confortante. “Ho attraversato l’Europa per analizzare le condizioni di vita dei rom e il loro grado di integrazione. Non avevo mai assistito a violazioni di diritti umani così gravi come quelle che le istituzioni italiane rivolgono alla mia gente”.
Foglio illustrativo delle attività del Coordinamento Nazionale dell'Opera Nomadi